Home Televisione La Chiara Lubich di Campiotti, un messaggio che usa l’esperienza di Braccialetti...

La Chiara Lubich di Campiotti, un messaggio che usa l’esperienza di Braccialetti Rossi

11
0
Articolo orginale pubblicato su link to post

Una prima tv che sa di buon auspicio, collocata in una domenica ancora da periodo natalizio ma non per il timore che non sia capita dal pubblico. Piuttosto, la messa in onda del film-tv Chiara Lubich nella prima domenica sera del 2021 da parte di Raiuno vuole essere un chiaro messaggio di pace e speranza per il futuro.

Il lavoro svolto da Giacomo Campiotti (che ha anche curato soggetto e sceneggiatura), per certi versi, ricalca quello da lui già fatto con Braccialetti Rossi. Sì, il paragone è forse azzardato, ma a pensarci bene tra la fondatrice del Movimento dei Focolari ed i giovani protagonisti della fiction coming of age di qualche anno fa -di cui Campiotti fu anche in quel caso regista e sceneggiatore- ci sono alcuni punti in comune.

1

In entrambi i casi, infatti, al centro del racconto c’è una gioventù che non accetta compromessi, che non si rispecchia nei luoghi comuni imposti su di loro dalle generazioni più adulte e che, soprattutto, non vuole restare a guardare. Il regista, così come aveva creato un gruppo coeso ed affettuoso di giovani pazienti alle prese con la malattia e l’adolescenza, nel caso della storia di Chiara Lubich trova terreno fertile per ricreare un contesto emotivo molto simile.

Ovviamente, cambiano ambientazioni e motivazioni, ma in tutte le due le fiction si parla di sopravvivenza: nel caso di Chiara Lubich, ambientata nella Trento del 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, si deve sopravvivere alle bombe, alla fame ed all’odio razzista. Il personaggio di Lubich, a cui dà volto in modo dolce ma fermo Cristiana Capotondi, diventa leader inconsapevole di una ribellione nel nome dell’Amore, fil rouge di tutto il film-tv, che trova forza in un gruppo di giovani donne, anche loro contro pregiudizi ed imposizioni (una di loro è interpretata da Aurora Ruffino, protagonista proprio di Braccialetti Rossi).

Chiara Lubich, la fiction di Raiuno che non vuole sbancare l’Auditel

Quel “Che tutti siano uno” che tanto colpì Chiara e la motivò per tutta la sua vita diventa punto di riferimento anche per questa fiction, che non tradisce la storia della protagonista e la porta in scena, seppur a tratti in modo troppo semplice e legato ad una rappresentazione candida da fiction del passato.

Siamo di fronte ad un lavoro senza pretese di sbancare l’Auditel, ma che preferisce piuttosto colpire ai cuori dei telespettatori allestendo situazioni -come la necessità di rifugiarsi, l’opposizione alle figure autoritarie ed il confronto/scontro con il villain di turno- che richiamano formati seriali italiani di una volta.

Chiara Lubich
© Federica Di Benedetto

Poco importa. Chiara Lubich trova la sua contemporaneità su altri fronti: innanzitutto, nella sua protagonista, una donna che in un mondo ancora maschilista non abbassa la testa ma tira dritto per la sua strada, noncurante delle voci e dei pettegolezzi; ma anche nel messaggio di fratellanza universale che Lubich ha portato avanti per tutta la sua vita, così come continua a fare oggi il suo Movimento, oppure nell’affidare ad un gruppo di giovani personaggi il difficile compito di cambiare le cose.

In Chiara Lubich c’è quindi un misto tra passato e presente, tra un desiderio di promulgare un messaggio più che mai necessario al giorno d’oggi, ma con un linguaggio che evita le provocazioni a cui la serialità moderna ci ha abituato, preferendo la dolcezza -ed a tratti banalità- di una fiction in voga qualche tempo fa.

Quello che ne è uscito fuori è un prodotto che convince a metà, proprio in quella parte dedicata ai contenuti ed alla rappresentazione della protagonista e dei suoi valori, cercando il più possibile di avvicinare una fascia di spettatori meno a conoscenza della vita di Lubich. Campiotti lavora forte della sua esperienza passata, facendo di quella dolce rivoluzione il perno di tutto il film-tv: ma il rischio è che il risultato piaccia di più ai genitori che ai figli.